Per il mentore di Tremonti “vendere, vendere, vendere” si può
Sin dagli anni Cinquanta in molti paesi, quali l’Italia, l’intervento dello stato imprenditore aveva rappresentato la soluzione ottimale in molti ambiti della vita economica del paese. Si manifestava allora una fiducia quasi illuministica nella capacità dell’intervento diretto dello stato, attraverso l’impresa pubblica, di correggere le inefficienze del mercato. L’intervento dello stato era stato caratterizzato da salvataggi di imprese private a rischio di fallimento attraverso le holding pubbliche Iri ed Eni nei settori della cantieristica, delle banche e delle assicurazioni. di Franco Reviglio
12 AGO 20

Pubblichiamo alcuni stralci del saggio di Franco Reviglio “Goodbye Keynes? Le riforme per tornare a crescere” (Guerini e Associati) da alcuni giorni in libreria.
Sin dagli anni Cinquanta in molti paesi, quali l’Italia, l’intervento dello stato imprenditore aveva rappresentato la soluzione ottimale in molti ambiti della vita economica del paese. Si manifestava allora una fiducia quasi illuministica nella capacità dell’intervento diretto dello stato, attraverso l’impresa pubblica, di correggere le inefficienze del mercato. L’intervento dello stato era stato caratterizzato da salvataggi di imprese private a rischio di fallimento attraverso le holding pubbliche Iri ed Eni nei settori della cantieristica, delle banche e delle assicurazioni. Nel comparto manifatturiero alle imprese pubbliche erano stati affidati i compiti di realizzare investimenti nelle aree arretrate per favorire l’occupazione e la creazione di imprese nei settori considerati strategici per lo sviluppo nei settori di base.
Quest’impostazione è cambiata radicalmente a partire dal 1992 quando ha avuto inizio la grande stagione delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, con l’obiettivo primario di accrescere l’efficienza gestionale e di rimuovere le commistioni politica-affari e quello secondario di utilizzare i proventi per ridurre il debito pubblico e per ricapitalizzare imprese che si trovavano in difficoltà nella loro crescita. Nel periodo 1990-06 nel mondo sono state effettuate privatizzazioni cospicue, sia come numero, sia come dimensione, con ricavi pari a oltre un trilione di dollari. Limitando lo sguardo alla sola Unione europea, in questi sedici anni sono state realizzate 1.111 operazioni di privatizzazione, con un provento di circa 600 miliardi di euro. In Italia nello stesso periodo si sono avute 139 operazioni (12,5 per cento del totale) con ricavi pari a 137,9 miliardi, pari a circa un quarto del valore delle privatizzazioni europee.
(…)Dopo il 2006 lo scenario è nuovamente cambiato e il processo di privatizzazione si è arrestato. Perché? Risponde solo in parte a questa domanda la constatazione che la maggior parte delle imprese privatizzabili è già stata privatizzata. Responsabile dell’arresto è stata soprattutto la crescente convinzione nell’opinione pubblica che certi settori, considerati strategici, quali quelli del petrolio, della produzione e distribuzione di energia elettrica e gas, del settore degli armamenti e degli aerei, “non debbano uscire” dal controllo diretto dello stato, perché è necessario preservare alcuni “campioni nazionali”, imprese pubbliche di grandi dimensioni capaci di imporsi in determinati settori strategici.
Questa corrente di pensiero ostile alle privatizzazioni ha trovato alimento anche nel giudizio negativo espresso su alcune operazioni di cartolarizzazione di beni pubblici, quali gli immobili. In Italia la massiccia cessione di immobili e la loro successiva trasformazione in titoli quotati sul mercato, avvenuta fra la fine degli anni Novanta e l’inizio del terzo millennio, per le modalità con cui è stata eseguita, è stata criticata come contraria all’interesse pubblico. Nel 2006, con il governo Prodi, questa metodologia di valorizzazione dei beni immobili pubblici mediante la cessione a soggetti privati è stata abbandonata. Anche la privatizzazione delle aziende ex municipalizzate ha incontrato ostacoli politici, per la pretesa dei comuni azionisti di prevedere che nello statuto della nuova società “privatizzata” fosse espressamente previsto che il 51 per cento doveva rimanere in mani pubbliche.
Potranno riprendere le privatizzazioni? Nel nostro paese vi sono ancora molte attività patrimoniali da valorizzare mediante concessioni e vendite di beni immobili, quali immobili, terreni e fabbricati disponibili e beni mobili, quali le frequenze radio e partecipazioni. E’ stato stimato che l’attivo patrimoniale della Pubblica amministrazione ammonti al 138 per cento del pil, di cui 500 miliardi (circa un terzo del pil) costituito da beni pubblici, immobili e mobili, ancora suscettibili di valorizzazione o privatizzazione. Una dismissione di questa entità, o anche solo di una parte di essa, potrebbe contribuire a ridurre una quota rilevante del nostro debito pubblico. Come abbiamo visto sopra, con il primo decreto delegato sul federalismo il patrimonio immobiliare disponibile del demanio è stato trasferito agli enti locali che potranno valorizzarlo, anche aggiornando le tariffe delle concessioni. Se lo cederanno, dovranno utilizzare i ricavi per ridurre il debito pubblico e non per finanziare spesa corrente o di investimento. Rimangono ancora da valorizzare alcuni beni mobili di proprietà pubblica, quali le frequenze radio e le partecipazioni in imprese produttive. Sull’esempio dei paesi anglosassoni e dei grandi paesi europei, le reti digitali potrebbero essere concesse mediante aste competitive, ricavando entrate cospicue per l’erario. Si è stimato che se solo un terzo dello spettro delle frequenze, oggi regalato alle emittenti televisive e telefoniche, fosse ceduto mediante le aste, si ricaverebbero circa 4 miliardi. Ulteriori ricavi da destinare alla riduzione del debito potrebbero essere ottenuti dalla cessione delle partecipazioni dello stato nell’Enel, nell’Eni, in Finmeccanica, nelle Ferrovie dello stato, nelle Poste e nella Cassa depositi e prestiti, ma la cessione di queste partecipazioni incontra ostacoli politici quasi insormontabili, perché si ritiene che essa sia essenziale per motivi di politica economica. La cessione sul mercato delle partecipazioni dei comuni nelle aziende municipalizzate potrebbe contribuire in misura cospicua alla riduzione del loro debito pubblico.
(…) I meriti delle privatizzazioni nel nostro paese sono rilevanti. Il Tesoro ha incassato fondi pari a circa il 9 per cento del pil, in parte spesi per la riduzione del debito e in parte lasciati nelle aziende privatizzate. Nel loro insieme le privatizzazioni hanno aumentato l’efficienza del sistema economico e finanziario e quindi il benessere collettivo. Esse hanno accresciuto la concorrenzialità nel mercato dei capitali, incentivato la creazione di un azionariato diffuso e stimolato l’innovazione finanziaria. Hanno anche realizzato una maggiore efficienza gestionale nelle imprese di pubblica utilità con un miglioramento dei servizi offerti e una diminuzione delle tariffe, ad esempio, nella telefonia. Infine hanno controllato gli aumenti delle tariffe delle imprese di servizi di pubblica utilità con il sistema del price cap che ne ha incentivato l’efficienza e la produttività.
Sin dagli anni Cinquanta in molti paesi, quali l’Italia, l’intervento dello stato imprenditore aveva rappresentato la soluzione ottimale in molti ambiti della vita economica del paese. Si manifestava allora una fiducia quasi illuministica nella capacità dell’intervento diretto dello stato, attraverso l’impresa pubblica, di correggere le inefficienze del mercato. L’intervento dello stato era stato caratterizzato da salvataggi di imprese private a rischio di fallimento attraverso le holding pubbliche Iri ed Eni nei settori della cantieristica, delle banche e delle assicurazioni. Nel comparto manifatturiero alle imprese pubbliche erano stati affidati i compiti di realizzare investimenti nelle aree arretrate per favorire l’occupazione e la creazione di imprese nei settori considerati strategici per lo sviluppo nei settori di base.
Quest’impostazione è cambiata radicalmente a partire dal 1992 quando ha avuto inizio la grande stagione delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, con l’obiettivo primario di accrescere l’efficienza gestionale e di rimuovere le commistioni politica-affari e quello secondario di utilizzare i proventi per ridurre il debito pubblico e per ricapitalizzare imprese che si trovavano in difficoltà nella loro crescita. Nel periodo 1990-06 nel mondo sono state effettuate privatizzazioni cospicue, sia come numero, sia come dimensione, con ricavi pari a oltre un trilione di dollari. Limitando lo sguardo alla sola Unione europea, in questi sedici anni sono state realizzate 1.111 operazioni di privatizzazione, con un provento di circa 600 miliardi di euro. In Italia nello stesso periodo si sono avute 139 operazioni (12,5 per cento del totale) con ricavi pari a 137,9 miliardi, pari a circa un quarto del valore delle privatizzazioni europee.
(…)Dopo il 2006 lo scenario è nuovamente cambiato e il processo di privatizzazione si è arrestato. Perché? Risponde solo in parte a questa domanda la constatazione che la maggior parte delle imprese privatizzabili è già stata privatizzata. Responsabile dell’arresto è stata soprattutto la crescente convinzione nell’opinione pubblica che certi settori, considerati strategici, quali quelli del petrolio, della produzione e distribuzione di energia elettrica e gas, del settore degli armamenti e degli aerei, “non debbano uscire” dal controllo diretto dello stato, perché è necessario preservare alcuni “campioni nazionali”, imprese pubbliche di grandi dimensioni capaci di imporsi in determinati settori strategici.
Questa corrente di pensiero ostile alle privatizzazioni ha trovato alimento anche nel giudizio negativo espresso su alcune operazioni di cartolarizzazione di beni pubblici, quali gli immobili. In Italia la massiccia cessione di immobili e la loro successiva trasformazione in titoli quotati sul mercato, avvenuta fra la fine degli anni Novanta e l’inizio del terzo millennio, per le modalità con cui è stata eseguita, è stata criticata come contraria all’interesse pubblico. Nel 2006, con il governo Prodi, questa metodologia di valorizzazione dei beni immobili pubblici mediante la cessione a soggetti privati è stata abbandonata. Anche la privatizzazione delle aziende ex municipalizzate ha incontrato ostacoli politici, per la pretesa dei comuni azionisti di prevedere che nello statuto della nuova società “privatizzata” fosse espressamente previsto che il 51 per cento doveva rimanere in mani pubbliche.
Potranno riprendere le privatizzazioni? Nel nostro paese vi sono ancora molte attività patrimoniali da valorizzare mediante concessioni e vendite di beni immobili, quali immobili, terreni e fabbricati disponibili e beni mobili, quali le frequenze radio e partecipazioni. E’ stato stimato che l’attivo patrimoniale della Pubblica amministrazione ammonti al 138 per cento del pil, di cui 500 miliardi (circa un terzo del pil) costituito da beni pubblici, immobili e mobili, ancora suscettibili di valorizzazione o privatizzazione. Una dismissione di questa entità, o anche solo di una parte di essa, potrebbe contribuire a ridurre una quota rilevante del nostro debito pubblico. Come abbiamo visto sopra, con il primo decreto delegato sul federalismo il patrimonio immobiliare disponibile del demanio è stato trasferito agli enti locali che potranno valorizzarlo, anche aggiornando le tariffe delle concessioni. Se lo cederanno, dovranno utilizzare i ricavi per ridurre il debito pubblico e non per finanziare spesa corrente o di investimento. Rimangono ancora da valorizzare alcuni beni mobili di proprietà pubblica, quali le frequenze radio e le partecipazioni in imprese produttive. Sull’esempio dei paesi anglosassoni e dei grandi paesi europei, le reti digitali potrebbero essere concesse mediante aste competitive, ricavando entrate cospicue per l’erario. Si è stimato che se solo un terzo dello spettro delle frequenze, oggi regalato alle emittenti televisive e telefoniche, fosse ceduto mediante le aste, si ricaverebbero circa 4 miliardi. Ulteriori ricavi da destinare alla riduzione del debito potrebbero essere ottenuti dalla cessione delle partecipazioni dello stato nell’Enel, nell’Eni, in Finmeccanica, nelle Ferrovie dello stato, nelle Poste e nella Cassa depositi e prestiti, ma la cessione di queste partecipazioni incontra ostacoli politici quasi insormontabili, perché si ritiene che essa sia essenziale per motivi di politica economica. La cessione sul mercato delle partecipazioni dei comuni nelle aziende municipalizzate potrebbe contribuire in misura cospicua alla riduzione del loro debito pubblico.
(…) I meriti delle privatizzazioni nel nostro paese sono rilevanti. Il Tesoro ha incassato fondi pari a circa il 9 per cento del pil, in parte spesi per la riduzione del debito e in parte lasciati nelle aziende privatizzate. Nel loro insieme le privatizzazioni hanno aumentato l’efficienza del sistema economico e finanziario e quindi il benessere collettivo. Esse hanno accresciuto la concorrenzialità nel mercato dei capitali, incentivato la creazione di un azionariato diffuso e stimolato l’innovazione finanziaria. Hanno anche realizzato una maggiore efficienza gestionale nelle imprese di pubblica utilità con un miglioramento dei servizi offerti e una diminuzione delle tariffe, ad esempio, nella telefonia. Infine hanno controllato gli aumenti delle tariffe delle imprese di servizi di pubblica utilità con il sistema del price cap che ne ha incentivato l’efficienza e la produttività.
di Franco Reviglio